Quando lasciamo le nostre case per recarci al lavoro non immaginiamo che attorno alla nostra abitazione circola un mondo a parte di persone che suona ai nostri campanelli e che, nel... diciamo 80% dei casi, se ne va senza ottenere risposta.
C'è anche chi, per assicurarsi che veramente tu non sia in casa, tenta di farsi largo forzando la porta d'ingresso o calandosi da un lucernario sul tetto, ma non è di questi gentleman che vorrei parlare.
Io vorrei parlare invece di quel mondo di venditori porta a porta, rappresentanti, missionari religiosi, dispensatori di fedi varie, letturatori di contatori, elemosinanti e chi più ne ha più ne metta, che quotidianamente si presenta ai nostri citofoni, normalmente mentre stiamo prendendo il sole in giardino o mentre girovaghiamo per casa coi capelli sporchi da tre giorni.
Fatto sta, che quando tu stai in casa a farti i cazzi tuoi (stai pulendo, stai facendo la doccia, stai sfilettando il pesce) qualcuno irrompe nella tua tranquillità attaccandosi insistentemente al campanello.
Non basta un Drin.
Loro lo sanno che tu li stai spiando da dietro la tenda fingendoti assente!
Diventa una gara.
Mentre ti frusteresti per aver lasciato alzata una persiana, per non aver messo la macchina in garage, per aver lasciato una borsa nel cestino della bici, qualsiasi indizio della tua presenza, loro continuano a suonare.
E alla fine vincono.
Ti affacci alla finestra ed hai perso la tua partita, insieme a un'ora e mezza del tuo tempo.
Ultimamente sono alle prese con il venditore di una nota marca di apparecchi per la pulizia della casa che in tre giorni si è presentato a casa mia tre volte.
Abbastanza per far sospettare ai miei vicini l'esistenza di una storia neanche troppo segreta fra di noi.
L'impavido venditore arriva con una gran bella macchina che ha ancora le bollicine di shampoo sul cofano, impeccabile nella sua tenuta elegante, camicia linda di un bianco abbagliante, scarpa lucida e cintura firmata.
Dice di dovermi lasciare i nominativi dei nuovi rappresentanti di zona.
Ne approfitto per mostrargli il mio vecchio aspirapolvere, vergognandomi un po' delle condizioni in cui sono riuscita a ridurlo.
Siccome il filo che ti danno in dotazione non basta per arrivare dalla cucina al bagno, tempo fa avevo comperato una prolunga, che per contro, è talmente lunga che girovagando per le varie stanze, finisce per avvinghiarsi al mio corpo facendomi assomigliare più alla vittima di un rapimento che ad una casalinga.
L'altro giorno volevo farmi un selfie tutta arrotolata nel filo verde.
Poi ve l'ho risparmiato perché la maglietta di 8 taglie più grande non mi rendeva giustizia.
E a meno che tu non sia Belen Rodriguez farti un selfie in cui sei inguardabile non ti conviene!
Comunque questo filo richiede anche un sacco di tempo per essere riavvolto con cura, così quando l'ho mostrato all'agente di commercio sembrava che sul manico della mia scopa elettrica avesse nidificato un intero stormo di passeri.
Constatato che dal 2006 sto pulendo casa con un filtro bruciato, che la scheda elettronica sta tirando gli ultimi e che il pezzo di ricambio comprato su groupon rischia di farmi esplodere la scopa in mano da un momento all'altro, la situazione è parsa così tragica che per non mettere a repentaglio la mia stessa vita è stato necessario concordare un secondo appuntamento per pulire l'aspirapolvere.
Così ieri, ovviamente mentre stavo per uscire, il gentile rappresentante si è ripresentato a casa mia con un trolley ultimo modello dal quale incredibilmente è uscito di tutto.
Tutto.
In quella valigia c'era un universo a sé, una soluzione a qualsiasi problema.
Il sogno segreto di ogni domestica dopo Gabriel Garco: il folletto, il tubo aspirante, la macchina lavapavimenti, il liquido per la pulizia, pannetti e foglietti vari.
Tirava fuori una cosa per volta, una dopo l'altra lasciandomi sempre più esaltata.
Volevo gridare "olé" dopo ogni accessorio!!
Il tubo. OLÉ.
L'aspirabriciole. OLÉ
Lo sbatti tappeti. OLÈ.
Ho il forte dubbio che se fosse rimasto mezz'ora in più avrebbe potuto estrarre qualsiasi cosa.
Comunque, nell'attimo in cui ti dimostrano che dopo aver passato il TUO aspirapolvere, il SUO, nello stesso punto raccoglie un dito di acari, polveri, capelli e briciole che tu nemmeno immaginavi esistessero, si fa forte in te l'idea di vivere in un immondezzaio.
Nonostante le pulizie quotidiane, il moccio, le spalle spaccate per tirare lo straccio negli angoli chinata a novanta, nella tua casa persiste ugualmente un substrato di sporcizia nel quale mangi, cammini e ti corichi quotidianamente.
Così...con nonchalance, una mattina qualsiasi, mentre in pigiama stai mettendo in concia il coniglio, invece dei due euro del pane ti ritrovi a staccare un assegno di 1.600 euro per vincere la tua lotta quotidiana contro gli acari.
"Tesoro... oggi è passato il rappresentante della Xxxxxx"
"Ah sì??? Dovevi prendere i sacchetti di ricambio?"
"Sì! ma rischiavo di morire se l'accendevo col filtro tarocco.... ho DOVUTO comprare tutto l'aspirapolvere! Sono 2000 euro però aspira i gatti da sotto il divano auto con un raggio di 30 centimetri senza spostarlo di un millimetro!"
Al ché ti ritrovi single.
Può essere un buon metodo se hai intenzione di rimpiazzare il marito vecchio col rappresentante nuovo, solo che lui, dopo aver chiuso l'affare, si dimentica di te, vuota il trolley, lo riempie di costumini e va a brindare alle Bahamas, mentre tu, gira e rigira stai ancora lavando pavimenti!!!!!
Eh già.... bisogna fare attenzione!
Io il nuovo aspirapolvere non l'ho comprato anche se devo ammettere che un pensierino ce l'avevo fatto però, prova di qui, dimostra di là alla fine mi ha lavato il pavimento della sala gratis.
Sapete, volevo farmi un selfie mentre mi crogiolavo su quelle mattonelle senza acari......peccato che avessi ancora quella maglietta 8 taglie più grande!
:-)
P.s. Ovviamente scherzo.... Il ragazzo é stato davvero bravo e professionale. Magari tra un annetto l'acquisto lo faccio sul serio!!! Amò... Stai all'occhio!
sabato 31 maggio 2014
mercoledì 7 maggio 2014
RACCONTO SEMISERIO DI UN VIAGGIO IN MAROCCO 2 (della pelle e del deserto)
Se Tetouan mi era sembrata un'accozzaglia di gente in movimento senza senso, l'arrivo a Fez ha avuto un impatto ancora più forte.
A Fez vivono circa 2 milioni di persone, di cui 400.000 dentro la vecchia medina, in case che nemmeno si riescono a vedere, nascoste in vicoletti dove a malapena passa un uomo.
Non vedi la facciata delle case, ma vedi la parabola satellitare e capisci che lì ci abita qualcuno.
Credo sia la nuova modalità di controllo nascite. Più parabole meno figli!!
Nella medina fa freddo. Le vecchie mura e le abitazioni abbarbicate una sull'altra creano un'ombra che non lascia passare i raggi del sole. Ci infiliamo una felpa ed iniziamo la scoperta di questa nuova realtà.
Siccome gira di qui, gira di lì, questo labirinto di stradine,sempre diverse ma sempre uguali, esclude qualsiasi possibilità di ritorno, ci forniamo di una guida locale che, col suo incedere sicuro e veloce, ci porta a visitare di tutto e di più, dal venditore di polli a Km 0 (nel senso che se vuoi un pollo, gli tirano il collo e te lo puoi portare a casa) a quello di acqua di rose che, da un bottiglione di grappa, te ne riempie uno mignon, al prezzo di uno Chanel.
Ogni tanto due urla ti fanno capire che se non vuoi essere travolto da un mulo in movimento devi distoglierti dal datterino che stai fotografando.
Ogni tanto il profumo di spezie ti ricorda che però la pizza ha sempre il suo fascino;
ogni tanto ti vengono in mente i nostri ipermercati super impostati e pensi che ci perdiamo un gran divertimento!!!
Man mano che avanzi non puoi fare a meno di notare che questo grande caos ha in realtà un suo ordine.
I quartieri si susseguono con un loro senso: dagli alimentari ai profumi, dalle stoffe ai metalli, dalla ceramica alla pelletteria.
Dopo esserti guardato più volte le scarpe, senza capire perchè senti odore di cacca ma inspiegabilmente sulle tue suole non ve n'è traccia, arrivi alle grandi concerie di Fez.
Con un mazzetto di menta sotto il naso per non nausearti, scopri che le pelli di capra e di cammello vengono immerse dentro vasche di liquido bianco che altro non è che cacca di piccione diluita e successivamente, tinte in altre vasche di rosso, giallo, nero.
Questi ragazzi, immersi nella merda fino alle ginocchia, si stracollano quintali di pellame sulle spalle ogni giorno.
Poi, tu puoi comprarti il giacchetto di pelle marocain o lo zainetto figo.
Siccome il mio zainetto cinese oltre che essere radioattivo, non ha resistito più di un giorno al peso di telefono e portafoglio, decido di acquistarne uno nuovo.
Allora. Partiamo del presupposto che trattare con un marocchino è una cosa estenuante da cui non puoi uscirne vincente.
Puoi provare a strappare il prezzo migliore possibile, mettendoti nell'ordine di idee che tutto quello che hai pagato in più, sarà come pagare il biglietto per partecipare alla contrattazione.
Secondo Abdul, dovrei pagare il mio futuro zainetto 1400 euro perchè è riuscito ad agganciarci anche due giacche di pelle, per la verità molto belle.
L'addetta alla trattativa sono io.
Amò mi guarda spazientito chiedendomi: "ma poi dove le mettiamo due giacche di pelle per i prossimi 5 giorni che ci sono 30gradi?"
Abdul non sa che lui è marocchino.... ma io sono io.
Tratto, tratto fino a quando, dopo averlo sfinito ed aver parlato col titolare del negozio, mi da la mano per 300 Euro. Affare fatto. Per lui.
Io voglio chiudere a 250. So benissimo che 50 euro andranno alla guida che ci ha accompagnato alla conceria, per cui saluto Abdul e gli dico che tornerò dopo, certa di riuscire ad ottenere quello che voglio.
Non so come abbia potuto non mandarmi affanculo.
Io al suo posto l'avrei fatto. Anzi... forse appena mi sono girata l'ha proprio fatto!!
Io guardo il solito americano cretino che sta pagando la sua giacca 500 euro e gli sorrido.
Alla fine non sono più tornata, ho mangiato e su suggerimento di Amò ho comprato uno zainetto in un bugigattolo dall'unico marocchino che parlava napoletano, il chè è tutto un dire sul pacco che mi ha rifilato.
Deve esserci stato un intoppo! Lo zaino avrà saltato qualche procedura di trattamento perchè una volta riposto sul letto, il sentore che emanava una volta usciti dalla doccia, era quello di una capra che avesse defecato in camera nostra.
Una puzza così orrenda che non mi ha più abbandonato per tutta la vacanza.
Una puzza così terribile che il mio gatto, una volta a casa, ci ha pisciato sopra il secondo giorno di permanenza in garage.
Lasciata Fez ci dirigiamo verso Merzouga, nel Deserto dell'Erg Chebbi.
Partiamo alle 8 di mattina ed arriviamo alle 8 di sera, il chè è tutto un dire sulle condizioni in cui all'arrivo, vessava il mio sedere.
Certo, abbiamo sostato mezz'oretta per nutrire le scimmie libere lungo la via e siamo stati costretti ad un'ora di stop per un posto di blocco che ci ha però permesso di assistere al passaggio del tour del Marocco (una sorta di giro d'italia), in una zona dove il nulla regna sovrano, seduti su un muretto a ciglio strada.
Arrivati a Merzouga, lasciata la valigia a casa del cugino di Said, riempiamo il mio zainetto puzzolente con due robe di sopravvivenza e saliamo in groppa a "Bob Marley" ed "Il bianco". Guidati dal simpatico Hussein i due dromedari, dondolando tra le dune, ci mollano al campo nomade.
Una tenda berbera dove su un fornelletto a gas cuciniamo insieme il tajin e lo mangiamo. Accendiamo il fuoco, cantiamo e guardiamo le stelle.
La temperatura cala.
E' stata un'esperienza meravigliosa. Solo quando ho tirato la tenda della tenda ed ho realizzato che non ci si vedeva assolutamente nulla, che non si sentiva realmente nessun rumore, che ero davvero in un posto dimenticato dal mondo, ho avuto un po' di paura, stemperata dall'addormentarmi con un accendino stretto nella mano.
Non so cosa avessi intenzione di fare con quel coso in mano, se dar fuoco ai capelli di eventuali ladroni che sarebbero potuti entrare o controllare che Amò non se ne andasse abbandonandomi per sempre!!
Riapro gli occhi all'alba quando ogni ombra della luna è sparita lasciando il posto a quelle del primo sole tra le dune.
C'è un silenzio surreale.
Pensi alla gente berbera che vive la sua vita qui.
In villaggi di 40 persone, tra la sabbia, a 3 ore di fuori strada dalla civiltà (dove la prima "civiltà"non è quello che intendiamo noi).
Si spostano coi dromedari, hanno sussidi dallo stato per riuscire a studiare.
Tanti lo faranno e tanti altri no.
Seguono le piste.
Sanno se di notte è passata una volpe del deserto o quale specie di uccello ha lasciato le sue zampettate.
Riescono a capire a quanto tempo addietro risalgono i passaggi delle ultime carovane.
Leggono gli escrementi per orientarsi.
La sorella di Zaid deve partorire.
Lo farà nella tenda, insieme ad una levatrice.
E poi faranno festa. Tanta festa al suono dei loro tamburi.
All'alba una ragazza lava i panni dentro una tinozza d'acqua dietro ad una duna.
Non è facile da spiegare cosa lascia il deserto.
Più cose hai, di più preoccupazioni ti circondi.
Alle volte si perde il senso di quelle che sono le difficoltà vere, i bisogni primari di un uomo. Si cerca ad ogni costo una distrazione, qualcosa per riempire la testa.
Qui nel deserto ti devi bastare, e nel nulla, il non avere niente è avere tutto.
Il nostro viaggio è poi proseguito per le gole del Todra, per Ouarzazate, passando attraverso pittoresche kasbe e set cinematografici dove sono stati girati film come "il gladiatore, Cleopatra ecc. ecc. "per finire a Marrakech con la sua bellissima piazza carica di incantatori di serpenti, venditori ambulanti, artisti dell'henné, ristoranti e di tutto quel che va oltre l'immaginabile.
Ci siamo persino fatti un hammam.... ma di questo vi parlerò un'altra volta, magari il giorno che farò un giro in una spa!!
Intanto vi saluto e vi ringrazio per avuto la pazienza di leggervi tutto questo sproloquio marocchino.
Salam.
Ringrazio Said Ouattou per il tour e Zaid che tanto pazientemente ha guidato, col suo turbante in testa. I berberi del mio cuore!!
Per chi volesse fare questa esperienza:
merzouga.experience@gmail.com
A Fez vivono circa 2 milioni di persone, di cui 400.000 dentro la vecchia medina, in case che nemmeno si riescono a vedere, nascoste in vicoletti dove a malapena passa un uomo.
Non vedi la facciata delle case, ma vedi la parabola satellitare e capisci che lì ci abita qualcuno.
Credo sia la nuova modalità di controllo nascite. Più parabole meno figli!!
Nella medina fa freddo. Le vecchie mura e le abitazioni abbarbicate una sull'altra creano un'ombra che non lascia passare i raggi del sole. Ci infiliamo una felpa ed iniziamo la scoperta di questa nuova realtà.
Siccome gira di qui, gira di lì, questo labirinto di stradine,sempre diverse ma sempre uguali, esclude qualsiasi possibilità di ritorno, ci forniamo di una guida locale che, col suo incedere sicuro e veloce, ci porta a visitare di tutto e di più, dal venditore di polli a Km 0 (nel senso che se vuoi un pollo, gli tirano il collo e te lo puoi portare a casa) a quello di acqua di rose che, da un bottiglione di grappa, te ne riempie uno mignon, al prezzo di uno Chanel.
Ogni tanto due urla ti fanno capire che se non vuoi essere travolto da un mulo in movimento devi distoglierti dal datterino che stai fotografando.
Ogni tanto il profumo di spezie ti ricorda che però la pizza ha sempre il suo fascino;
ogni tanto ti vengono in mente i nostri ipermercati super impostati e pensi che ci perdiamo un gran divertimento!!!
Man mano che avanzi non puoi fare a meno di notare che questo grande caos ha in realtà un suo ordine.
I quartieri si susseguono con un loro senso: dagli alimentari ai profumi, dalle stoffe ai metalli, dalla ceramica alla pelletteria.
Dopo esserti guardato più volte le scarpe, senza capire perchè senti odore di cacca ma inspiegabilmente sulle tue suole non ve n'è traccia, arrivi alle grandi concerie di Fez.
Con un mazzetto di menta sotto il naso per non nausearti, scopri che le pelli di capra e di cammello vengono immerse dentro vasche di liquido bianco che altro non è che cacca di piccione diluita e successivamente, tinte in altre vasche di rosso, giallo, nero.
Questi ragazzi, immersi nella merda fino alle ginocchia, si stracollano quintali di pellame sulle spalle ogni giorno.
Poi, tu puoi comprarti il giacchetto di pelle marocain o lo zainetto figo.
Siccome il mio zainetto cinese oltre che essere radioattivo, non ha resistito più di un giorno al peso di telefono e portafoglio, decido di acquistarne uno nuovo.
Allora. Partiamo del presupposto che trattare con un marocchino è una cosa estenuante da cui non puoi uscirne vincente.
Puoi provare a strappare il prezzo migliore possibile, mettendoti nell'ordine di idee che tutto quello che hai pagato in più, sarà come pagare il biglietto per partecipare alla contrattazione.
Secondo Abdul, dovrei pagare il mio futuro zainetto 1400 euro perchè è riuscito ad agganciarci anche due giacche di pelle, per la verità molto belle.
L'addetta alla trattativa sono io.
Amò mi guarda spazientito chiedendomi: "ma poi dove le mettiamo due giacche di pelle per i prossimi 5 giorni che ci sono 30gradi?"
Abdul non sa che lui è marocchino.... ma io sono io.
Tratto, tratto fino a quando, dopo averlo sfinito ed aver parlato col titolare del negozio, mi da la mano per 300 Euro. Affare fatto. Per lui.
Io voglio chiudere a 250. So benissimo che 50 euro andranno alla guida che ci ha accompagnato alla conceria, per cui saluto Abdul e gli dico che tornerò dopo, certa di riuscire ad ottenere quello che voglio.
Non so come abbia potuto non mandarmi affanculo.
Io al suo posto l'avrei fatto. Anzi... forse appena mi sono girata l'ha proprio fatto!!
Io guardo il solito americano cretino che sta pagando la sua giacca 500 euro e gli sorrido.
Alla fine non sono più tornata, ho mangiato e su suggerimento di Amò ho comprato uno zainetto in un bugigattolo dall'unico marocchino che parlava napoletano, il chè è tutto un dire sul pacco che mi ha rifilato.
Deve esserci stato un intoppo! Lo zaino avrà saltato qualche procedura di trattamento perchè una volta riposto sul letto, il sentore che emanava una volta usciti dalla doccia, era quello di una capra che avesse defecato in camera nostra.
Una puzza così orrenda che non mi ha più abbandonato per tutta la vacanza.
Una puzza così terribile che il mio gatto, una volta a casa, ci ha pisciato sopra il secondo giorno di permanenza in garage.
Lasciata Fez ci dirigiamo verso Merzouga, nel Deserto dell'Erg Chebbi.
Partiamo alle 8 di mattina ed arriviamo alle 8 di sera, il chè è tutto un dire sulle condizioni in cui all'arrivo, vessava il mio sedere.
Certo, abbiamo sostato mezz'oretta per nutrire le scimmie libere lungo la via e siamo stati costretti ad un'ora di stop per un posto di blocco che ci ha però permesso di assistere al passaggio del tour del Marocco (una sorta di giro d'italia), in una zona dove il nulla regna sovrano, seduti su un muretto a ciglio strada.
Arrivati a Merzouga, lasciata la valigia a casa del cugino di Said, riempiamo il mio zainetto puzzolente con due robe di sopravvivenza e saliamo in groppa a "Bob Marley" ed "Il bianco". Guidati dal simpatico Hussein i due dromedari, dondolando tra le dune, ci mollano al campo nomade.
Una tenda berbera dove su un fornelletto a gas cuciniamo insieme il tajin e lo mangiamo. Accendiamo il fuoco, cantiamo e guardiamo le stelle.
La temperatura cala.
E' stata un'esperienza meravigliosa. Solo quando ho tirato la tenda della tenda ed ho realizzato che non ci si vedeva assolutamente nulla, che non si sentiva realmente nessun rumore, che ero davvero in un posto dimenticato dal mondo, ho avuto un po' di paura, stemperata dall'addormentarmi con un accendino stretto nella mano.
Non so cosa avessi intenzione di fare con quel coso in mano, se dar fuoco ai capelli di eventuali ladroni che sarebbero potuti entrare o controllare che Amò non se ne andasse abbandonandomi per sempre!!
Riapro gli occhi all'alba quando ogni ombra della luna è sparita lasciando il posto a quelle del primo sole tra le dune.
C'è un silenzio surreale.
Pensi alla gente berbera che vive la sua vita qui.
In villaggi di 40 persone, tra la sabbia, a 3 ore di fuori strada dalla civiltà (dove la prima "civiltà"non è quello che intendiamo noi).
Si spostano coi dromedari, hanno sussidi dallo stato per riuscire a studiare.
Tanti lo faranno e tanti altri no.
Seguono le piste.
Sanno se di notte è passata una volpe del deserto o quale specie di uccello ha lasciato le sue zampettate.
Riescono a capire a quanto tempo addietro risalgono i passaggi delle ultime carovane.
Leggono gli escrementi per orientarsi.
La sorella di Zaid deve partorire.
Lo farà nella tenda, insieme ad una levatrice.
E poi faranno festa. Tanta festa al suono dei loro tamburi.
All'alba una ragazza lava i panni dentro una tinozza d'acqua dietro ad una duna.
Non è facile da spiegare cosa lascia il deserto.
Più cose hai, di più preoccupazioni ti circondi.
Alle volte si perde il senso di quelle che sono le difficoltà vere, i bisogni primari di un uomo. Si cerca ad ogni costo una distrazione, qualcosa per riempire la testa.
Qui nel deserto ti devi bastare, e nel nulla, il non avere niente è avere tutto.
Il nostro viaggio è poi proseguito per le gole del Todra, per Ouarzazate, passando attraverso pittoresche kasbe e set cinematografici dove sono stati girati film come "il gladiatore, Cleopatra ecc. ecc. "per finire a Marrakech con la sua bellissima piazza carica di incantatori di serpenti, venditori ambulanti, artisti dell'henné, ristoranti e di tutto quel che va oltre l'immaginabile.
Ci siamo persino fatti un hammam.... ma di questo vi parlerò un'altra volta, magari il giorno che farò un giro in una spa!!
Intanto vi saluto e vi ringrazio per avuto la pazienza di leggervi tutto questo sproloquio marocchino.
Salam.
Ringrazio Said Ouattou per il tour e Zaid che tanto pazientemente ha guidato, col suo turbante in testa. I berberi del mio cuore!!
Per chi volesse fare questa esperienza:
merzouga.experience@gmail.com
domenica 27 aprile 2014
SFIDA A COLPI DI POESIA
Ok... É la prima volta ed accetto la sfida che Firmatocarla mi ha lanciato!
È una sfida a colpi di poesia per cui dovrò scrivere un'ape sia che amo, rilanciare la sfida ad altre 5 blogger che avranno ben 24 ore di tempo per fare altrettanto.
Nel caso non accettassero dovranno regalarmi un libro.
Bene, detto questo la mia poesia si chiama come me.
Barbara di Jacques Prévert.
Mi piace molto di più in francese così posto le due versioni!
È una sfida a colpi di poesia per cui dovrò scrivere un'ape sia che amo, rilanciare la sfida ad altre 5 blogger che avranno ben 24 ore di tempo per fare altrettanto.
Nel caso non accettassero dovranno regalarmi un libro.
Bene, detto questo la mia poesia si chiama come me.
Barbara di Jacques Prévert.
Mi piace molto di più in francese così posto le due versioni!
Barbara di Jaques Prévert - versione italiana
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante, sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t'ho incontrata in rue de Siam
E tu sorridevi, e sorridevo anche io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati, ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
Ricordati di questo Barbara
E non volermene se ti do del tu
Io do del tu a tutti quelli che amo
Anche se non li ho visti che una sola volta
Io do del tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara, non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo viso felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare, sull'arsenale
Sul battello d' Ouessant
Oh barbara, che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio e sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece vive ancora
Oh Barbara
Piove senza tregua su Brest
Come pioveva prima
Ma non è più cosi e tutto si è guastato
È una pioggia di morte desolata e crudele
Non è nemmeno più bufera
Di ferro acciaio sangue
Ma solamente nuvole
Che schiattano come cani
Come cani che spariscono
Seguendo la corrente su Brest
E scappano lontano a imputridire
Lontano lontano da Brest
Dove non c'è più niente
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante, sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t'ho incontrata in rue de Siam
E tu sorridevi, e sorridevo anche io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati, ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
Ricordati di questo Barbara
E non volermene se ti do del tu
Io do del tu a tutti quelli che amo
Anche se non li ho visti che una sola volta
Io do del tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara, non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo viso felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare, sull'arsenale
Sul battello d' Ouessant
Oh barbara, che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio e sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece vive ancora
Oh Barbara
Piove senza tregua su Brest
Come pioveva prima
Ma non è più cosi e tutto si è guastato
È una pioggia di morte desolata e crudele
Non è nemmeno più bufera
Di ferro acciaio sangue
Ma solamente nuvole
Che schiattano come cani
Come cani che spariscono
Seguendo la corrente su Brest
E scappano lontano a imputridire
Lontano lontano da Brest
Dove non c'è più niente
Barbara di Prévert - Versione originale
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Epanouie ravie ruisselante Sous la pluie
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest
Et je t'ai croisée rue de Siam
Tu souriais, et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara
Toi que je ne connaissais pas
Toi qui ne me connaissais pas
Rappelle-toi, Rappelle-toi quand même ce jour-là
N'oublie pas
Un homme sous un porche s'abritait
Et il a crie ton nom
Barbara
Et tu as couru vers lui sous la pluie
Ruisselante ravie épanouie
Et tu t'es jetée dans ses bras
Rappelle-toi cela Barbara
Et ne m'en veux pas si je te tutoie
Je dis tu a tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois
Je dis tu a tous ceux qui s'aiment
Même si je ne les connais pas
Rappelle-toi Barbara, n'oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse
Cette pluie sur la mer, sur l'arsenal
Sur le bateau d'Ouessant
Oh Barbara, quelle connerie la guerre
Qu'es-tu devenue maintenant
Sous cette pluie de fer
De feu d'acier de sang
Et celui qui te serrait dans ses bras
Amoureusement
Est-il mort disparu ou bien encore vivant
Oh Barbara
Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n'est plus pareil et tout est abîmé
C'est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n'est même plus l'orage
De fer d'acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l'eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Epanouie ravie ruisselante Sous la pluie
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest
Et je t'ai croisée rue de Siam
Tu souriais, et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara
Toi que je ne connaissais pas
Toi qui ne me connaissais pas
Rappelle-toi, Rappelle-toi quand même ce jour-là
N'oublie pas
Un homme sous un porche s'abritait
Et il a crie ton nom
Barbara
Et tu as couru vers lui sous la pluie
Ruisselante ravie épanouie
Et tu t'es jetée dans ses bras
Rappelle-toi cela Barbara
Et ne m'en veux pas si je te tutoie
Je dis tu a tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois
Je dis tu a tous ceux qui s'aiment
Même si je ne les connais pas
Rappelle-toi Barbara, n'oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse
Cette pluie sur la mer, sur l'arsenal
Sur le bateau d'Ouessant
Oh Barbara, quelle connerie la guerre
Qu'es-tu devenue maintenant
Sous cette pluie de fer
De feu d'acier de sang
Et celui qui te serrait dans ses bras
Amoureusement
Est-il mort disparu ou bien encore vivant
Oh Barbara
Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n'est plus pareil et tout est abîmé
C'est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n'est même plus l'orage
De fer d'acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l'eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.
Ed ora lancio la sfida a
Buon lavoro!!!
giovedì 24 aprile 2014
Racconto semiserio di un viaggio in Marocco - parte 1 (della partenza e dei matti)
Con sforzi difficilmente ripetibili Amò è riuscito a trovare il parking per Malpensa al prezzo più basso possibile. Un prezzo così irrisorio per nove giorni di sosta al coperto, per il quale dubito che al nostro rientro ritroveremo ancora l'auto o che, al massimo, la riprenderemo intatta!!
I miei sospetti si rafforzano quando tra decine e decine di frecce, l'unico parcheggio di cui non c'è segno di esistenza, è proprio il nostro.
Fortunatamente, dopo un lento girovagare tra i dintorni dell'aeroporto, là, seminascosto, ultimo in fondo, un capannone solitario smentisce tutti i miei dubbi.
Il parking c'è sul serio!
Veniamo caricati su un furgoncino sgangherato con un fantastico specchietto retrovisore rosa shokking ricavato da uno di quegli specchi che usa mia nonna, debitamente incollato alla portiera con ripetuti giri di nastro da pacchi.
Sbrigate le formalità aeroportuali, mi faccio il segno della croce e salgo sull'aereo con la stessa verve con la quale mi accomoderei distintamente dentro ad una bara.
Esulto per il posto "lato finestrino" che mi è stato assegnato e mi preparo a pilotare mentalmente l'aereo fino a Barcellona.
Ho letto da qualche parte che se ognuno di noi consumasse qualcosa, tipo un panino od una bibita dal servizio bar delle compagnie aeree low cost, il Sig. Ryan Air o il Sig. Easy Jet potrebbero farci viaggiare senza pagare il biglietto.
Così, per scaramanzia, tanto per devolvere un po' di Euro alla sicurezza di voli futuri, mi becco una bottiglietta d'acqua che mi è costata tanto quanto il parcheggio di Amò.
"Avevo sete!! " mi giustifico con la gola secca, mentre lui mi guarda allibito.
Non parla, ma immagino mi stia dando della "polla".
Sbarchiamo a Barcellona dopo un'oretta abbondante di volo.
Vale la pena andare a Barcellona solo per scendere in aeroporto.
Potresti andare in vacanza a Barcellona e girovagare una settimana dentro al Terminal Uno senza mai uscirne.
Bar, negozi, uno store del Barça che ti fa venire voglia di comprarti una muta da calciatore anche se del calcio non sai nulla, anche se non ricordi Byron Moreno e i mondiali del 2002.
E poi la gente parla con quella "R" arrotata tipica degli spagnoli e quella "s" così sexy che ti viene voglia di restarci per sempre lì, a vagare col tuo trolley e a spiluccare tapas e coca cola.
Noi purtroppo dobbiamo correre, niente maglia blaugrana e niente espadrillas. Dobbiamo salire di corsa su un altro aereo diretto a Tangeri.
Fanculo il Sig. Vueling, stavolta non bevo niente.
Mentre sono estasiata da quello che riconosco come lo stretto di Gibilterra decido di rilassarmi e godermi l'atterraggio.
Vi consiglio vivamente Amò come compagno di viaggio.
E' in grado di dormire dal decollo all'arrivo.
Se l'aereo traballa per più di 5 minuti, avrete la possibilità di vederlo aprire l'occhio sinistro, per poi richiuderlo ed addormentarsi più profondamente, cullato dal dondolio che, suppongo, riporti il suo io alla primissima infanzia.
Tranquilli però... in pieno attacco di panico potrete contare su una sbavellata
proprio sulla spalla, vi distrarrete per recuperare un kleenex e cuore e respiro torneranno alla normalità!!
Toccata terra, compiliamo i ticket per i visti di ingresso in Marocco e ci mettiamo in fila per il controllo passaporti.
Inizi a capire che qui non ci vuole fretta.
Mentre la nostra borsa passa e ripassa sul nastro trasportatore al di là della vetrata noi avanziamo lentamente fino a quando, verso il 25° giro, riusciamo a riappropriarcene+o e a dare finalmente inizio alla vacanza!
All'uscita c'è Zaid, un ragazzo contatto via web che ci saluta, ci fa accomodare in auto e via.... via da Tangeri verso Tetouan.
La Lonely Planet ne parla come una piccola perla.
Un villaggio tutto bianco abbarbicato sulla montagna, patrimonio dell'Unesco.
Il primo impatto che ho avuto io, appena scesa dall'auto, è stata di una gran confusione.
Gente, mercati, bancarelle di frutta, profumo di arance, di spezie, di pollo, di gatto, di caldo e ancora di gente. Gente col capo coperto da fazzoletti colorati, da cappelli di paglia, da coppoline bianche. Teste abbronzate che avanzano verso di me. Occhi che guardano. Guardano i miei capelli, guardano come sono vestita, guardano lo zaino, guardano il mio sorriso. A volte ricambiano ma spesso no. E tutti camminano. Avanzano. Parlano. Suoni, rumori, grida. Nessuna musica. Di canzoni intendo.
Mi sento leggermente intimorita.
Devo fare amicizia con un mondo che non conosco ancora e mi ci vuole tempo. Decido di fumare una sigaretta in un angolo, fuori dalla folla, da sola.
Devo guardare. Devo essere io a guardare e non io ad essere guardata.
E' che sono stata buttata di colpo dall'aereo così statico, ordinato, allacciato, alla realtà troppo in fretta.
Fumo la mia sigaretta di fianco al pattume.
Amò interrompe i miei pensieri.
"Ma proprio lì devi metterti? Di fianco al matto?"
Sì. Sono di fianco al matto del parcheggio che impreca verso il cielo, gira in tondo e parla col suo amico immaginario.
Ferma qualcuno e ricomincia ad imprecare.
Ce ne sono ovunque di personaggi così. Forse ne esiste uno in ogni parcheggio del mondo. Semplicemente io non dovrei essere dove è lui. Ecco tutto.
Compriamo una banana, beviamo qualcosa in un bar.
Sono l'unica donna seduta in un bar a Tetouan. Mi sento a disagio.
Mi sento a disagio anche perchè sembra che la mia figura attiri tutti i matti del paese.
Il secondo matto del paese si siede di fronte a me.
Mi guarda e ride.
Come mi alzo si siede al mio posto ed arraffa il mio bicchiere di Fanta. Beve.
"ne vuoi?" chiedo in francese.
Fa segno di sì con la testa.
Gli verso un bicchiere di Fanta da quel che resta dalla mia bottiglietta e mi allontano.
"tutti te.... vero??" mi dice Amò spazientito.
Cosa posso farci....
Voglio solo fermarmi un attimo.
Dopo un'altra ora di auto con il buon Zaid arriviamo a Chefchaouen.
Chefchaouen è una piccola perla d'Africa.
E' anche il posto dove tutti ti offrono da fumare ma questo non conta.
Basta dire di no se non sei interessato o dire di sì se hai voglia di sfiondarti di canne.
Ognuno faccia come desidera.
E' comunque un paesino di circa 50.000 abitanti tutto blu.
Ogni casa, ogni bidone, ogni secchio, ogni sacco è tinto di una nuance bluette che regala al posto un nonsochè di magico.
Pare che il vero motivo sia che questo tipo di colore allontani gli insetti.
Sorge il dubbio che ci sia anche il bisogno di attirare i turisti.
Resta il fatto che raramente un posto mi ha affascinato così.
La medina (città vecchia) è piccola e facilmente percorribile tra vicoletti, fontane, piccoli negozietti di artigiani, hammam pubblici e mini market.
Il vociare di donne e bambini non ti abbandona mai.
Personalmente potrei restare qui per sempre.
La piazzetta è a ridosso della kasba, col suo cortile interno curato ed ordinato, le sue piante di arance e di lavanda profumata.
Un albero addobbato con le lucine di natale bianche sta proprio al centro della piazzetta. Sono stanca ma felice. Ceniamo sulla terrazza di un ristorantino che si chiama "Aladin, la lampe magique", niente di più azzeccato. Assaggiamo il nostro primo cous cous e dopo una passeggiata crolliamo a letto nel piccolo riad color del cielo.
Marhaba Marocco.
Benvenuto Marocco.
.... to be continued
I miei sospetti si rafforzano quando tra decine e decine di frecce, l'unico parcheggio di cui non c'è segno di esistenza, è proprio il nostro.
Fortunatamente, dopo un lento girovagare tra i dintorni dell'aeroporto, là, seminascosto, ultimo in fondo, un capannone solitario smentisce tutti i miei dubbi.
Il parking c'è sul serio!
Veniamo caricati su un furgoncino sgangherato con un fantastico specchietto retrovisore rosa shokking ricavato da uno di quegli specchi che usa mia nonna, debitamente incollato alla portiera con ripetuti giri di nastro da pacchi.
Sbrigate le formalità aeroportuali, mi faccio il segno della croce e salgo sull'aereo con la stessa verve con la quale mi accomoderei distintamente dentro ad una bara.
Esulto per il posto "lato finestrino" che mi è stato assegnato e mi preparo a pilotare mentalmente l'aereo fino a Barcellona.
Ho letto da qualche parte che se ognuno di noi consumasse qualcosa, tipo un panino od una bibita dal servizio bar delle compagnie aeree low cost, il Sig. Ryan Air o il Sig. Easy Jet potrebbero farci viaggiare senza pagare il biglietto.
Così, per scaramanzia, tanto per devolvere un po' di Euro alla sicurezza di voli futuri, mi becco una bottiglietta d'acqua che mi è costata tanto quanto il parcheggio di Amò.
"Avevo sete!! " mi giustifico con la gola secca, mentre lui mi guarda allibito.
Non parla, ma immagino mi stia dando della "polla".
Sbarchiamo a Barcellona dopo un'oretta abbondante di volo.
Vale la pena andare a Barcellona solo per scendere in aeroporto.
Potresti andare in vacanza a Barcellona e girovagare una settimana dentro al Terminal Uno senza mai uscirne.
Bar, negozi, uno store del Barça che ti fa venire voglia di comprarti una muta da calciatore anche se del calcio non sai nulla, anche se non ricordi Byron Moreno e i mondiali del 2002.
E poi la gente parla con quella "R" arrotata tipica degli spagnoli e quella "s" così sexy che ti viene voglia di restarci per sempre lì, a vagare col tuo trolley e a spiluccare tapas e coca cola.
Noi purtroppo dobbiamo correre, niente maglia blaugrana e niente espadrillas. Dobbiamo salire di corsa su un altro aereo diretto a Tangeri.
Fanculo il Sig. Vueling, stavolta non bevo niente.
Mentre sono estasiata da quello che riconosco come lo stretto di Gibilterra decido di rilassarmi e godermi l'atterraggio.
Vi consiglio vivamente Amò come compagno di viaggio.
E' in grado di dormire dal decollo all'arrivo.
Se l'aereo traballa per più di 5 minuti, avrete la possibilità di vederlo aprire l'occhio sinistro, per poi richiuderlo ed addormentarsi più profondamente, cullato dal dondolio che, suppongo, riporti il suo io alla primissima infanzia.
Tranquilli però... in pieno attacco di panico potrete contare su una sbavellata
proprio sulla spalla, vi distrarrete per recuperare un kleenex e cuore e respiro torneranno alla normalità!!
Toccata terra, compiliamo i ticket per i visti di ingresso in Marocco e ci mettiamo in fila per il controllo passaporti.
Inizi a capire che qui non ci vuole fretta.
Mentre la nostra borsa passa e ripassa sul nastro trasportatore al di là della vetrata noi avanziamo lentamente fino a quando, verso il 25° giro, riusciamo a riappropriarcene+o e a dare finalmente inizio alla vacanza!
All'uscita c'è Zaid, un ragazzo contatto via web che ci saluta, ci fa accomodare in auto e via.... via da Tangeri verso Tetouan.
La Lonely Planet ne parla come una piccola perla.
Un villaggio tutto bianco abbarbicato sulla montagna, patrimonio dell'Unesco.
Il primo impatto che ho avuto io, appena scesa dall'auto, è stata di una gran confusione.
Gente, mercati, bancarelle di frutta, profumo di arance, di spezie, di pollo, di gatto, di caldo e ancora di gente. Gente col capo coperto da fazzoletti colorati, da cappelli di paglia, da coppoline bianche. Teste abbronzate che avanzano verso di me. Occhi che guardano. Guardano i miei capelli, guardano come sono vestita, guardano lo zaino, guardano il mio sorriso. A volte ricambiano ma spesso no. E tutti camminano. Avanzano. Parlano. Suoni, rumori, grida. Nessuna musica. Di canzoni intendo.
Mi sento leggermente intimorita.
Devo fare amicizia con un mondo che non conosco ancora e mi ci vuole tempo. Decido di fumare una sigaretta in un angolo, fuori dalla folla, da sola.
Devo guardare. Devo essere io a guardare e non io ad essere guardata.
E' che sono stata buttata di colpo dall'aereo così statico, ordinato, allacciato, alla realtà troppo in fretta.
Fumo la mia sigaretta di fianco al pattume.
Amò interrompe i miei pensieri.
"Ma proprio lì devi metterti? Di fianco al matto?"
Sì. Sono di fianco al matto del parcheggio che impreca verso il cielo, gira in tondo e parla col suo amico immaginario.
Ferma qualcuno e ricomincia ad imprecare.
Ce ne sono ovunque di personaggi così. Forse ne esiste uno in ogni parcheggio del mondo. Semplicemente io non dovrei essere dove è lui. Ecco tutto.
Compriamo una banana, beviamo qualcosa in un bar.
Sono l'unica donna seduta in un bar a Tetouan. Mi sento a disagio.
Mi sento a disagio anche perchè sembra che la mia figura attiri tutti i matti del paese.
Il secondo matto del paese si siede di fronte a me.
Mi guarda e ride.
Come mi alzo si siede al mio posto ed arraffa il mio bicchiere di Fanta. Beve.
"ne vuoi?" chiedo in francese.
Fa segno di sì con la testa.
Gli verso un bicchiere di Fanta da quel che resta dalla mia bottiglietta e mi allontano.
"tutti te.... vero??" mi dice Amò spazientito.
Cosa posso farci....
Voglio solo fermarmi un attimo.
Dopo un'altra ora di auto con il buon Zaid arriviamo a Chefchaouen.
Chefchaouen è una piccola perla d'Africa.
E' anche il posto dove tutti ti offrono da fumare ma questo non conta.
Basta dire di no se non sei interessato o dire di sì se hai voglia di sfiondarti di canne.
Ognuno faccia come desidera.
E' comunque un paesino di circa 50.000 abitanti tutto blu.
Ogni casa, ogni bidone, ogni secchio, ogni sacco è tinto di una nuance bluette che regala al posto un nonsochè di magico.
Pare che il vero motivo sia che questo tipo di colore allontani gli insetti.
Sorge il dubbio che ci sia anche il bisogno di attirare i turisti.
Resta il fatto che raramente un posto mi ha affascinato così.
La medina (città vecchia) è piccola e facilmente percorribile tra vicoletti, fontane, piccoli negozietti di artigiani, hammam pubblici e mini market.
Il vociare di donne e bambini non ti abbandona mai.
Personalmente potrei restare qui per sempre.
La piazzetta è a ridosso della kasba, col suo cortile interno curato ed ordinato, le sue piante di arance e di lavanda profumata.
Un albero addobbato con le lucine di natale bianche sta proprio al centro della piazzetta. Sono stanca ma felice. Ceniamo sulla terrazza di un ristorantino che si chiama "Aladin, la lampe magique", niente di più azzeccato. Assaggiamo il nostro primo cous cous e dopo una passeggiata crolliamo a letto nel piccolo riad color del cielo.
Marhaba Marocco.
Benvenuto Marocco.
.... to be continued
venerdì 18 aprile 2014
SI PARTE!!!
Siamo in partenza!!!
Io e Amò ci concediamo un piccolo viaggio!
La nostra amata figlioletta ha deciso invece di non seguirci e di trascorrere una breve vacanza nei due favolosi hotel/campi divertimenti "LE CASE DEI NONNI", per assicurarsi le più amate coccole, i più assoluti calpestamenti di divieti (ma questo noi non lo verremo mai a sapere!)e le più favolose scorpacciate di cibo nonnesco.
Come biasimarla se ha boicottato tajin e cous cous, notti in bivacco, ore di strade polverose e passeggiate tra souk profumati, in cambio di una tranquilla settimana dove verrà incoronata principessa del mondo?!?
Non si può!
Eppure io mi sento una piccola, misera mammetta abbandonatrice di prole.
C'è la parte consapevole del mio cervello che mi dice "starà meglio che con voi, sarà curata e coccolata e, nello stesso tempo, voi due (che saremmo io e Amò) potrete concedervi il primo vero viaggio dopo 7 anni".
Ma c'è anche la parte viscerale di colei che ha messo al mondo un figlio e lo vuole proteggere ad oltranza.
La parte che continua a ripetermi: "stai a casa... non lasciarla, se ha bisogno di te, tu sarai lontano!"
In altre parole la mia parte viscerale mi fa sentire una piccola cacca.
Se a questo conflitto aggiungiamo che ho una folle paura di volare, il cerchio si chiude lasciandomi in uno stato di prostrazione pre-partenza che fa venire voglia a chi mi sta a fianco, di annullare tutto e di portarmi due giorni a Cesenatico.
Così, mi sto interrogando sull'idea del viaggio e di cosa esso rappresenti.
Un viaggio è una scoperta.
E' incontrare nuove culture.
E' osservare, imparare, confrontare.
Un viaggio è apertura.
Ma è anche un lasciarsi alle spalle la quotidianità.
Interrompere i gesti che si ripetono ogni giorno, la sicurezza della propria casa, dei propri cari, degli oggetti da cui ci siamo, nel tempo, circondati.
E per una maniaca del controllo quale sono, questa parte del viaggio crea non poche difficoltà.
Innanzitutto, un po' per lo stesso motivo per cui amo tanto guidare la macchina, per partire serena dovrei essere io a pilotare l'aereo.
Non avendo ancora un brevetto di aviazione sarò costretta a cedere i comandi dell'aeromobile al capitano e mi accontenterò di supervisionare il volo dal finestrino, mantenendo il contatto terra-aria con lo sguardo, utilizzando tutti i miei sforzi telecinetici per sostenere il peso dell'aereo e mantenerlo sospeso in aria.
Dovrò rimanere vigile ed attenta a scattare verso le uscite di sicurezza e dovrò leggere almeno quattro volte le istruzioni di apertura del giubbotto di salvataggio memorizzandole alla perfezione.
Inutile dire che questo duro e tutt'altro che rilassante lavoro, protratto per 3-4-12 ore, mi porta ogni volta alla meta sfinita, come se in vacanza ci fossi arrivata a nuoto.
Una volta, ho seguito il consiglio di qualche genio di prendermi un tranquillante.
Il problema è che l'idea di avere in me una pasticca che stava agendo sulla mia mente ha raddoppiato la mia ansia e sono stata malissimo per tutto il volo, addormentandomi di botto solo a casa, mentre cercavo di ingurgitare una forchettata di fusilli al pomodoro, durante la cena.
In quell'occasione devo aver talmente rotto le palle che Amò mi ha lasciato dormire sulla tovaglia fino alle 3 del mattino, quando mi sono svegliata tossendo, mentre il fusillo, in bocca da circa due ore, provava a soffocarmi.
Ma superato il piccolo scoglio dell'aereofobia, che comunque non mi ha mai impedito di viaggiare e che spero prima o poi passerà, è indubbio che ogni viaggio arricchisca la nostra vita, nutrendola con qualcosa di nuovo da ricordare, da raccontare e da mettere in pratica.
Per cui vale sempre la pena partire!
Abbiamo stabilito di comune accordo un tour che ci piacerebbe fare, ci siamo muniti di una bella Lonely Planet (che considerate le tante compagnie low cost ormai è più cara del biglietto aereo!) e siamo in attesa di partire.
Io ho iniziato a seguire un corso on line di arabo.
Giro per casa da un paio di giorni, sbiacicando salam-aleikum, waleikum salama, tanto per calarmi nella parte e rendermi inevitabilmente conto che, tutti i marocchini parleranno italiano e sarebbe stato sufficiente sfoderare un cordiale " buongiorno".
In compenso però non ho ancora pensato ai bagagli.
Credo che porterò solo un paio t-shirt e qualche bermuda, anche perché il resto dei 24 chili di bagaglio disponibile sarà occupato dalla valigetta dei medicinali.
Ho stilato una perfetta lista di pronto soccorso, con materiale che spazia dal disinfettante all'antibiotico, il ché é tutto un dire sulla mia ipocondria.
Sono certa che quando rimarrò senza mutande pulite rimpiangerò le 32 scatole di tachipirina che hanno rubato il loro posto in borsa!
In compenso però ho comprato un nuovo paio di sandaletti da trekking che non vedo l'ora di distruggere tra le sabbie del deserto, cavalcando il mio dromedario.
Ho già avuto un'esperienza coi cammelli in Oman e onestamente pensavo fossero un po' meno alti. Vederli avanzare verso di me dondolando a destra e sinistra il loro muso ha avuto un nonsoché di inquietante.
Amó sa come sono fatta così mi lascia fare.
Sa benissimo che per i primi due giorni mi lamenterò di tutto per poi finire felice sulla soma di un somarello ad esplorare le medine di Fez con lo sguardo soddisfatto.
Sa che mi faró spalmare l'olio di argan sulle gambe, che mi commuoveró quando sarà ora di tornare e che, inevitabilmente, lascerò un piccolo pezzo del mio cuore anche in questo paese.
Ci é abituato ed é per questo che non vede l'ora di andare nonostante stia sfracassando le scatole da una settimana. (L'importante é esserne consapevoli!)
Io mi aspetto di tornare leggera. Piena di entusiasmo, di nuovi colori e nuovi sapori.
Mi aspetto di avere un sacco di foto da mostrare alla mia piccola, un sorriso più sereno, un cuore arricchito da nuove amicizie e da un amore che, per tanti motivi, ha bisogno di prendersi un po' di tempo e di camminare con calma.
Poi, al ritorno ci sarà sempre chi abbracciare con rinnovato amore.
Ed in attesa di nuove "cose che capitano solo a me" da raccontare, intanto vi saluto.
Speriamo sia un buon viaggio!
:-)
Io e Amò ci concediamo un piccolo viaggio!
La nostra amata figlioletta ha deciso invece di non seguirci e di trascorrere una breve vacanza nei due favolosi hotel/campi divertimenti "LE CASE DEI NONNI", per assicurarsi le più amate coccole, i più assoluti calpestamenti di divieti (ma questo noi non lo verremo mai a sapere!)e le più favolose scorpacciate di cibo nonnesco.
Come biasimarla se ha boicottato tajin e cous cous, notti in bivacco, ore di strade polverose e passeggiate tra souk profumati, in cambio di una tranquilla settimana dove verrà incoronata principessa del mondo?!?
Non si può!
Eppure io mi sento una piccola, misera mammetta abbandonatrice di prole.
C'è la parte consapevole del mio cervello che mi dice "starà meglio che con voi, sarà curata e coccolata e, nello stesso tempo, voi due (che saremmo io e Amò) potrete concedervi il primo vero viaggio dopo 7 anni".
Ma c'è anche la parte viscerale di colei che ha messo al mondo un figlio e lo vuole proteggere ad oltranza.
La parte che continua a ripetermi: "stai a casa... non lasciarla, se ha bisogno di te, tu sarai lontano!"
In altre parole la mia parte viscerale mi fa sentire una piccola cacca.
Se a questo conflitto aggiungiamo che ho una folle paura di volare, il cerchio si chiude lasciandomi in uno stato di prostrazione pre-partenza che fa venire voglia a chi mi sta a fianco, di annullare tutto e di portarmi due giorni a Cesenatico.
Così, mi sto interrogando sull'idea del viaggio e di cosa esso rappresenti.
Un viaggio è una scoperta.
E' incontrare nuove culture.
E' osservare, imparare, confrontare.
Un viaggio è apertura.
Ma è anche un lasciarsi alle spalle la quotidianità.
Interrompere i gesti che si ripetono ogni giorno, la sicurezza della propria casa, dei propri cari, degli oggetti da cui ci siamo, nel tempo, circondati.
E per una maniaca del controllo quale sono, questa parte del viaggio crea non poche difficoltà.
Innanzitutto, un po' per lo stesso motivo per cui amo tanto guidare la macchina, per partire serena dovrei essere io a pilotare l'aereo.
Non avendo ancora un brevetto di aviazione sarò costretta a cedere i comandi dell'aeromobile al capitano e mi accontenterò di supervisionare il volo dal finestrino, mantenendo il contatto terra-aria con lo sguardo, utilizzando tutti i miei sforzi telecinetici per sostenere il peso dell'aereo e mantenerlo sospeso in aria.
Dovrò rimanere vigile ed attenta a scattare verso le uscite di sicurezza e dovrò leggere almeno quattro volte le istruzioni di apertura del giubbotto di salvataggio memorizzandole alla perfezione.
Inutile dire che questo duro e tutt'altro che rilassante lavoro, protratto per 3-4-12 ore, mi porta ogni volta alla meta sfinita, come se in vacanza ci fossi arrivata a nuoto.
Una volta, ho seguito il consiglio di qualche genio di prendermi un tranquillante.
Il problema è che l'idea di avere in me una pasticca che stava agendo sulla mia mente ha raddoppiato la mia ansia e sono stata malissimo per tutto il volo, addormentandomi di botto solo a casa, mentre cercavo di ingurgitare una forchettata di fusilli al pomodoro, durante la cena.
In quell'occasione devo aver talmente rotto le palle che Amò mi ha lasciato dormire sulla tovaglia fino alle 3 del mattino, quando mi sono svegliata tossendo, mentre il fusillo, in bocca da circa due ore, provava a soffocarmi.
Ma superato il piccolo scoglio dell'aereofobia, che comunque non mi ha mai impedito di viaggiare e che spero prima o poi passerà, è indubbio che ogni viaggio arricchisca la nostra vita, nutrendola con qualcosa di nuovo da ricordare, da raccontare e da mettere in pratica.
Per cui vale sempre la pena partire!
Abbiamo stabilito di comune accordo un tour che ci piacerebbe fare, ci siamo muniti di una bella Lonely Planet (che considerate le tante compagnie low cost ormai è più cara del biglietto aereo!) e siamo in attesa di partire.
Io ho iniziato a seguire un corso on line di arabo.
Giro per casa da un paio di giorni, sbiacicando salam-aleikum, waleikum salama, tanto per calarmi nella parte e rendermi inevitabilmente conto che, tutti i marocchini parleranno italiano e sarebbe stato sufficiente sfoderare un cordiale " buongiorno".
In compenso però non ho ancora pensato ai bagagli.
Credo che porterò solo un paio t-shirt e qualche bermuda, anche perché il resto dei 24 chili di bagaglio disponibile sarà occupato dalla valigetta dei medicinali.
Ho stilato una perfetta lista di pronto soccorso, con materiale che spazia dal disinfettante all'antibiotico, il ché é tutto un dire sulla mia ipocondria.
Sono certa che quando rimarrò senza mutande pulite rimpiangerò le 32 scatole di tachipirina che hanno rubato il loro posto in borsa!
In compenso però ho comprato un nuovo paio di sandaletti da trekking che non vedo l'ora di distruggere tra le sabbie del deserto, cavalcando il mio dromedario.
Ho già avuto un'esperienza coi cammelli in Oman e onestamente pensavo fossero un po' meno alti. Vederli avanzare verso di me dondolando a destra e sinistra il loro muso ha avuto un nonsoché di inquietante.
Amó sa come sono fatta così mi lascia fare.
Sa benissimo che per i primi due giorni mi lamenterò di tutto per poi finire felice sulla soma di un somarello ad esplorare le medine di Fez con lo sguardo soddisfatto.
Sa che mi faró spalmare l'olio di argan sulle gambe, che mi commuoveró quando sarà ora di tornare e che, inevitabilmente, lascerò un piccolo pezzo del mio cuore anche in questo paese.
Ci é abituato ed é per questo che non vede l'ora di andare nonostante stia sfracassando le scatole da una settimana. (L'importante é esserne consapevoli!)
Io mi aspetto di tornare leggera. Piena di entusiasmo, di nuovi colori e nuovi sapori.
Mi aspetto di avere un sacco di foto da mostrare alla mia piccola, un sorriso più sereno, un cuore arricchito da nuove amicizie e da un amore che, per tanti motivi, ha bisogno di prendersi un po' di tempo e di camminare con calma.
Poi, al ritorno ci sarà sempre chi abbracciare con rinnovato amore.
Ed in attesa di nuove "cose che capitano solo a me" da raccontare, intanto vi saluto.
Speriamo sia un buon viaggio!
:-)
giovedì 27 marzo 2014
LA FASE PRE
Le mattine iniziano con la colazione.
Ci sono colazioni in cui l'attività più esaltante che riesco a porre in essere è quella di girare e rigirare il cucchiaino nella tazza di the.
Guardo il miele colare lentamente nel liquido ambrato, ascolto il titinnare dell'acciaio sulla ceramica ed osservo come si sciolga completamente nell'acqua calda, partendo da dorate linee astratte fino a scomparire del tutto.
I pensieri si perdono, il mento mollemente sorretto dall'altra mano, pian piano scende fino a quando le labbra toccano la tovaglia.
Alzo gli occhi e con disgusto guardo Amò intento a fagocitare soddisfatto un panino alla marmellata.
Mi arriva la sua voce.
Potrebbe indifferentemente dirmi "ti amo" o "sei una merda" che otterrebbe la stessa identica reazione.
Senza capirne il motivo, mi vede scoppiare a piangere e con voce lagnosa viene insultato perchè è colpa sua se è finito lo zucchero, è colpa sua se il gatto è rimasto chiuso in cucina, è colpa sua se piango ed è colpa sua se l'Irpinia è stata rasa al suolo nel terremoto dell'80.
Signori e signore, ecco a voi la sindrome premestruale!!
Cammina in background nel cervello di una donna da dopo l'ovulazione fino a manifestarsi, in tutta la sua forza, qualche giorno prima del mestruo.
Con assoluta indiscriminazione colpisce ogni essere femminile.
Inspiegabilmente, in questo periodo, una donna mangia il doppio.
Ingurgita cioccolato a chili (pare che sia il bisogno di magnesio), biscotti, raddoppia le porzioni di pasta e risotto ai funghi.
Qualche volta cade nella tentazione di comprare quelle caramelle gelatinose e quelle liquerizie ripiene che ungono i vasi delle tabaccherie.
Come se fossero uno spuntino ipocalorico, le infili in bocca, una dopo l'altra, pensando: "questa è l'ultima, questa è l'ultima...", ma continui, fino a quando il bolo plastico-zuccheroso che si è materializzato nel tuo stomaco ti fa venire la nausea.
Poi, gonfia come un pallone, ti guardi allo specchio, ti metti di profilo e vedi una pancetta dura e rotonda più del solito e sei costretta a rifarti un altro the caldo, nel quale rigirerai il cucchiaino per le successive due ore di catalessi.
Punto uno.
Punto due non è semplice far capire a chi ti dice "buongiorno", il perchè del tuo sguardo truce, della tua voce stridula e del tuo mascara mezzo colato.
Stamattina, mi sono presentata alla prima seduta dall'osteopata col rigagnolo di una lacrima che ha cancellato tutta la terra dalla guancia.
Sì, perchè nella fase premestruale una donna piange e lascia le cose a metà.
Non ha voglia di rimettere a posto il trucco.
A volte non ha voglia nemmeno di fare un abbinamento decente coi vestiti.
I panni stesi ad asciugare restano lì fino a quando non raggiungono la morbidezza di un'asse di legno e le faccende domestiche si riducono all'indispensabile.
Senza contare che si diventa irritabili e sbadate.
Personalmente faccio cadere tutto: il bicchiere mentre verso l'acqua, i biscotti mentre li ripongo in dispensa, il sapone mentre mi lavo le mani, il telefono mentre rispondo.
Amò mi guarda e commenta: "sei sempre tu...."
Un commento che potrebbe anche avere un nonsochè di carino ma che, in quei giorni, pare essere un'offesa inaccettabile in grado di far scaturire una lite furibonda che si trascina, tra silenzi ed occhiatacce, fino a tarda notte.
Poi, arriva il giorno in cui ti siedi sul water per fare pipì e trovi una macchietta rossa sugli slip.
Fumata bianca.
E tutto torna alla normalità.
Il cucchiaino ricomincia a camminare nel the, giusto i quattro secondi necessari a sciogliere il miele, lo sguardo alza il livello pomo d'adamo del tuo interlocutore, le mani aggiustano la presa, il sorriso torna ad albergare sul tuo viso.
Se lui ti dice "ti amo" sei in pieno potere mentale di rispondere "anche io..." (o "io no...." ma questo non è il punto focale della cosa).
Se lui ti dice "sei una merda" puoi anche rispondere"anche tu..." (difficilmente immagino si possa rispondere "tu no...." a meno che non si possegga un grande spirito di fratellanza cristiana).
In ogni caso, se ti dice"sei sempre tu..." puoi vedere il bicchiere mezzo pieno e considerarla una cosa positiva nonostante nella frase possano coesistere mille significati subliminali!!
Ma di tutto questo affare pre e post mestruale l'uomo cosa ne pensa?
Io ho il dubbio che non ci creda o che sia costretto a crederci per non impazzire.
Lui. Lui che è triste se c'è qualcosa di reale per cui dispiacersi, lui che è incazzato se perde la sua squadra di calcio ed è felice se la sera trova una cena calda ed un eventuale caldo dopo cena, lui che piange solo quando ha la congiuntivite.
Lui, come fa a credere al fluttuare degli sbalzi ormonali di una donna?
Discutendo delle differenze tra uomo e donna, qualcuno un tempo mi disse: "voi avete il ciclo, noi abbiamo la barba da farci tutti i giorni"
Come se le due cose fossero paragonabili.
Come se il crescere di un po' di peli sul viso creasse un qualsiasi sconvolgimento nell'affrontare la giornata.
Come se una donna potesse decidere liberamente se avere o non avere il ciclo con la stessa tranquillità con cui un uomo può decidere di farsi o non farsi la barba.
Vorrei che per un mese, solo per un mese, ci si potessero scambiare i sessi.
Vorrei vedere se Amò comprerebbe il tofu ed il seitan o quattro Kinder Pinguì ed un panino alla mortadella!!
Mi piacerebbe vedere la sua faccia quando gli commenterei "ah... sei sempre il solito" la prima mattina che un mirtillino gli cade per terra!
(nel caso non si capisse... anche io sto aspettando che arrivi il ciclo!!!)
Mi alterno tra momenti di commozione ed attimi di acidità corrosiva.
Il mio problema (ma soprattutto quello di Amò) è che il mio ciclo non è regolare.
Motivo per il quale, il mio premestruo (e quello di amò) dura circa un mesetto....di pari passo con le nostre probabilità di separazione. ;-)
Per fortuna un mesetto ogni due ci lascia il tempo di recuperare.
Credo sia questo il motivo per cui siamo ancora insieme.
Sono certa che se i miei tempi fossero stati più ravvicinati sarebbe già scappato a gambe levate.......
ed io a corrergli dietro gridando "se ce l'avessi tu!!!!"
Porta pazienza Amò......
:-)
Ci sono colazioni in cui l'attività più esaltante che riesco a porre in essere è quella di girare e rigirare il cucchiaino nella tazza di the.
Guardo il miele colare lentamente nel liquido ambrato, ascolto il titinnare dell'acciaio sulla ceramica ed osservo come si sciolga completamente nell'acqua calda, partendo da dorate linee astratte fino a scomparire del tutto.
I pensieri si perdono, il mento mollemente sorretto dall'altra mano, pian piano scende fino a quando le labbra toccano la tovaglia.
Alzo gli occhi e con disgusto guardo Amò intento a fagocitare soddisfatto un panino alla marmellata.
Mi arriva la sua voce.
Potrebbe indifferentemente dirmi "ti amo" o "sei una merda" che otterrebbe la stessa identica reazione.
Senza capirne il motivo, mi vede scoppiare a piangere e con voce lagnosa viene insultato perchè è colpa sua se è finito lo zucchero, è colpa sua se il gatto è rimasto chiuso in cucina, è colpa sua se piango ed è colpa sua se l'Irpinia è stata rasa al suolo nel terremoto dell'80.
Signori e signore, ecco a voi la sindrome premestruale!!
Cammina in background nel cervello di una donna da dopo l'ovulazione fino a manifestarsi, in tutta la sua forza, qualche giorno prima del mestruo.
Con assoluta indiscriminazione colpisce ogni essere femminile.
Inspiegabilmente, in questo periodo, una donna mangia il doppio.
Ingurgita cioccolato a chili (pare che sia il bisogno di magnesio), biscotti, raddoppia le porzioni di pasta e risotto ai funghi.
Qualche volta cade nella tentazione di comprare quelle caramelle gelatinose e quelle liquerizie ripiene che ungono i vasi delle tabaccherie.
Come se fossero uno spuntino ipocalorico, le infili in bocca, una dopo l'altra, pensando: "questa è l'ultima, questa è l'ultima...", ma continui, fino a quando il bolo plastico-zuccheroso che si è materializzato nel tuo stomaco ti fa venire la nausea.
Poi, gonfia come un pallone, ti guardi allo specchio, ti metti di profilo e vedi una pancetta dura e rotonda più del solito e sei costretta a rifarti un altro the caldo, nel quale rigirerai il cucchiaino per le successive due ore di catalessi.
Punto uno.
Punto due non è semplice far capire a chi ti dice "buongiorno", il perchè del tuo sguardo truce, della tua voce stridula e del tuo mascara mezzo colato.
Stamattina, mi sono presentata alla prima seduta dall'osteopata col rigagnolo di una lacrima che ha cancellato tutta la terra dalla guancia.
Sì, perchè nella fase premestruale una donna piange e lascia le cose a metà.
Non ha voglia di rimettere a posto il trucco.
A volte non ha voglia nemmeno di fare un abbinamento decente coi vestiti.
I panni stesi ad asciugare restano lì fino a quando non raggiungono la morbidezza di un'asse di legno e le faccende domestiche si riducono all'indispensabile.
Senza contare che si diventa irritabili e sbadate.
Personalmente faccio cadere tutto: il bicchiere mentre verso l'acqua, i biscotti mentre li ripongo in dispensa, il sapone mentre mi lavo le mani, il telefono mentre rispondo.
Amò mi guarda e commenta: "sei sempre tu...."
Un commento che potrebbe anche avere un nonsochè di carino ma che, in quei giorni, pare essere un'offesa inaccettabile in grado di far scaturire una lite furibonda che si trascina, tra silenzi ed occhiatacce, fino a tarda notte.
Poi, arriva il giorno in cui ti siedi sul water per fare pipì e trovi una macchietta rossa sugli slip.
Fumata bianca.
E tutto torna alla normalità.
Il cucchiaino ricomincia a camminare nel the, giusto i quattro secondi necessari a sciogliere il miele, lo sguardo alza il livello pomo d'adamo del tuo interlocutore, le mani aggiustano la presa, il sorriso torna ad albergare sul tuo viso.
Se lui ti dice "ti amo" sei in pieno potere mentale di rispondere "anche io..." (o "io no...." ma questo non è il punto focale della cosa).
Se lui ti dice "sei una merda" puoi anche rispondere"anche tu..." (difficilmente immagino si possa rispondere "tu no...." a meno che non si possegga un grande spirito di fratellanza cristiana).
In ogni caso, se ti dice"sei sempre tu..." puoi vedere il bicchiere mezzo pieno e considerarla una cosa positiva nonostante nella frase possano coesistere mille significati subliminali!!
Ma di tutto questo affare pre e post mestruale l'uomo cosa ne pensa?
Io ho il dubbio che non ci creda o che sia costretto a crederci per non impazzire.
Lui. Lui che è triste se c'è qualcosa di reale per cui dispiacersi, lui che è incazzato se perde la sua squadra di calcio ed è felice se la sera trova una cena calda ed un eventuale caldo dopo cena, lui che piange solo quando ha la congiuntivite.
Lui, come fa a credere al fluttuare degli sbalzi ormonali di una donna?
Discutendo delle differenze tra uomo e donna, qualcuno un tempo mi disse: "voi avete il ciclo, noi abbiamo la barba da farci tutti i giorni"
Come se le due cose fossero paragonabili.
Come se il crescere di un po' di peli sul viso creasse un qualsiasi sconvolgimento nell'affrontare la giornata.
Come se una donna potesse decidere liberamente se avere o non avere il ciclo con la stessa tranquillità con cui un uomo può decidere di farsi o non farsi la barba.
Vorrei che per un mese, solo per un mese, ci si potessero scambiare i sessi.
Vorrei vedere se Amò comprerebbe il tofu ed il seitan o quattro Kinder Pinguì ed un panino alla mortadella!!
Mi piacerebbe vedere la sua faccia quando gli commenterei "ah... sei sempre il solito" la prima mattina che un mirtillino gli cade per terra!
(nel caso non si capisse... anche io sto aspettando che arrivi il ciclo!!!)
Mi alterno tra momenti di commozione ed attimi di acidità corrosiva.
Il mio problema (ma soprattutto quello di Amò) è che il mio ciclo non è regolare.
Motivo per il quale, il mio premestruo (e quello di amò) dura circa un mesetto....di pari passo con le nostre probabilità di separazione. ;-)
Per fortuna un mesetto ogni due ci lascia il tempo di recuperare.
Credo sia questo il motivo per cui siamo ancora insieme.
Sono certa che se i miei tempi fossero stati più ravvicinati sarebbe già scappato a gambe levate.......
ed io a corrergli dietro gridando "se ce l'avessi tu!!!!"
Porta pazienza Amò......
:-)
sabato 15 marzo 2014
Un nuovo modo di fare Plin Plin.
"Tesoro, che lavoro fanno i tuoi genitori?"
E' da questa domanda, ma soprattutto dall'innocente risposta di mia figlia, che ho iniziato a pormi serie domande sulla nostra affidabilità di genitori.
"La mia mamma fa i mercatini dell'usato, il mio papà canta e suona".
In effetti dalla sua descrizione, diamo l'immagine di una famiglia di fricchettoni incapace di garantirle un qualsiasi futuro che vada al di là del poterla abbracciare, con gli occhioni compassionevoli e le braghette sporche di fango, davanti alle parole "HO FAME", scritte sul retro della scatola dei cornflakes.
Il tutto mentre papà schitarra simpatiche melodie ed io vendo braccialettini di corda.
Non è proprio così.
O almeno non del tutto.
Il suo papà ha un rispettabile e soddisfacente impiego come musicista ed io... io effettivamente mi sono data ai mercatini del riuso nel fine settimana.
Premetto che chi fa i mercatini del riuso è un ambulante precario.
Non necessita di una licenza in quanto vende roba vecchia, va alla caccia di carabattole inutilizzate nei solai e prova a rivenderle per evitare di buttare nel pattume cose, magari in buono stato, che non trovano utilizzo nel suo menage quotidiano.
I frequentatori dei mercatini del riuso sono generalmente extracomunitari che hanno nella loro cultura l'usanza dello scambio e della contrattazione, persone poco abbienti che a poco prezzo cercano gli oggetti più disparati e persone che, invece, trasformano il giro tra gli improvvisati banchetti della domenica, in un'impervia caccia al tesoro.
Io faccio parte di quest'ultima categoria ed inseguendo il sogno dell'oggetto vintage che ogni volta spero di trovare, ho deciso di passare dall'altra parte del gioco e di trasformarmi in venditrice piuttosto che in acquirente.
E la cosa mi diverte a tal punto che trascorro la settimana setacciando con occhio indagatore le case dei miei parenti, girovagando tra le loro cose come un falchetto in punta e chiedendo: "posso venderla??".
Inutile dire che mia madre ha iniziato a nascondere servizi di piatti e soprammobili nel timore che io me ne appropri abusivamente e glieli venda a 1 euro.
"Mamma.... ti serve quella maglia? E quella padella? Bello quel vasetto!!"
"Non lo vorrai mica vendere?"
"Mah... se non lo usi...."
E' con rassegnazione ed impotenza che si volta verso mio padre e commenta in dialetto: "Lino, sta ateint cl'at cheva anca i mudant!! " (Lino sta attento che ti porta via anche le mutande).
Lino d'altro canto è piuttosto insensibile a questa mia nuova attività.
Basta che non venda il pennello col quale, da quando è in pensione, sta compulsivamente ridipingendo tutto quel vede, mi lascia fare.
Comunque io trovo quasi liberatorio alzarmi alle cinque.
Per la paura di riaddormentarmi, dopo aver rotto le palle a tutti con le 4 sveglie che punto a distanza di 5 minuti l'una dall'altra, parto alle prime luci dell'alba, prendo posizione ed allestisco la mia postazione tutta da sola.
Chiacchiero con persone simpatiche, passo una giornata in cui, per certi versi, non sono io.
Posso indossare pittoreschi cappelli, posso legarmi foulard intorno alla testa, posso infilarmi occhialoni anni '70.... perchè in questi mercatini la regola è: "più sembri vintage, più vendi" ed io adoro essere vintage.
Ma il vero problema del mercatino non è tanto montare cavalletti, assi ed appendiabiti Ikea che per un centimetro non entrano nel baule della macchina senza essere svitati ogni volta.
Il vero problema è che dopo essermi bevuta un thermos di the tra le sei e le otto, arrivo alle dieci con un irresistibile bisogno di fare pipì.
Niente di più normale sennonché, da sola, non mi posso allontanare dal banco.
Così, sono stata costretta ad inventarmi una soluzione.
Dopo aver osservato ed un pochino invidiato il sesso maschile, a cui basta abbassare la zip, estrarre l'organo e mollare una pisciatina contro una pianta, ho deciso di rinunciare alle buone maniere, di fare come loro, senza possibilmente dare sfoggio del mio culo ai passanti.
Mi sono munita di un apposito strumento che ho ribattezzato "il piscio".
Si tratta di uno speciale dispositivo in vendita sia monouso in carta idrorepellente, che riutilizzabile, in silicone.
Questo pappagallo femminile, ha più o meno la forma di un piccolo imbuto, dove la parte conca si appoggia alla vagina e dove, chiamiamolo così.... "il becco" ....fa le veci del pene dirigendo la pipì in qualsiasi posto basta che non siano i propri piedi.
Dopo diverse prove effettuate in solitudine nel mio bagno, ho constatato che la parte più difficile sta proprio nel guidare il becco in modo che il getto di pipì centri il buco.
Ho finalmente capito dove molti uomini impieghino le loro forze.
Mi chiedo come faccia Amò a non lasciare gocce su copritazza, piastrelle e pedane. Evidentemente servirà una certa maestria anche nel fare quello,motivo per il quale lui, da quando ho acquistato "il piscio", gode della mia piena ammirazione.
In ogni caso credo che per ogni donna valga la pena trovare un buchetto tra mascara e rossetto anche per "il piscio", perchè evita devastanti contorsioni su water zozzi e maleodoranti.
Evita di ricoprire di carta igienica tutta la circonferenza del water, evita uno sforzo eccessivo alle coscie nel tentativo di restare piegate a metà, evita di slogarsi una caviglia nel caso in cui si provi a fare pipì salendo direttamente col tacco 12 sul water.
Il problema è che, mentre tu sei così felice di poter finalmente espletare i tuoi bisogni, orgogliosamente, in piedi e leggermente incurvata all'indietro (sempre per non inzupparti le scarpe) chi ti osserva da dietro sta sicuramente pensando che tu sia un transessuale.
Pensano che tu, donna, nasconda qualcosa tra le gambe.
Iniziano a scrutarti con occhio investigatore. Ti fissano proprio lì, in mezzo alle braghe per vedere se c'è un rigonfiamento che in te, donna, non dovrebbe esserci.
Successivamente controllano la misura dei tuoi piedi ed il tuo pomo d'Adamo, ti dicono qualcosa, qualsiasi cosa, solo per ascoltare se la tua voce è a posto.
Nel migliore dei casi ti offrono 50 euro.
Ecco perché consiglio di acquistare "il piscio" indipendentemente dai mercatini.
Si aprono nuove possibilità.
Di fatto, dopo aver contrattato per 6 o 7 ore, reinscatolato l'invenduto, salutato i nuovi amici me ne torno a casa... E sono così stanca che quasi quasi mi viene voglia di riprovare a fare pipì in piedi per evitare di svestirmi e rivestirmi.
L'importante è che non mi veda mia figlia.
Non si sa mai che alla domanda "cosa fanno i tuoi genitori?" aggiunga:
"Mio papà canta e suona, mia mamma fa i mercatini e la pipì in piedi!"
Ma roba da matti!!
:-)
E' da questa domanda, ma soprattutto dall'innocente risposta di mia figlia, che ho iniziato a pormi serie domande sulla nostra affidabilità di genitori.
"La mia mamma fa i mercatini dell'usato, il mio papà canta e suona".
In effetti dalla sua descrizione, diamo l'immagine di una famiglia di fricchettoni incapace di garantirle un qualsiasi futuro che vada al di là del poterla abbracciare, con gli occhioni compassionevoli e le braghette sporche di fango, davanti alle parole "HO FAME", scritte sul retro della scatola dei cornflakes.
Il tutto mentre papà schitarra simpatiche melodie ed io vendo braccialettini di corda.
Non è proprio così.
O almeno non del tutto.
Il suo papà ha un rispettabile e soddisfacente impiego come musicista ed io... io effettivamente mi sono data ai mercatini del riuso nel fine settimana.
Premetto che chi fa i mercatini del riuso è un ambulante precario.
Non necessita di una licenza in quanto vende roba vecchia, va alla caccia di carabattole inutilizzate nei solai e prova a rivenderle per evitare di buttare nel pattume cose, magari in buono stato, che non trovano utilizzo nel suo menage quotidiano.
I frequentatori dei mercatini del riuso sono generalmente extracomunitari che hanno nella loro cultura l'usanza dello scambio e della contrattazione, persone poco abbienti che a poco prezzo cercano gli oggetti più disparati e persone che, invece, trasformano il giro tra gli improvvisati banchetti della domenica, in un'impervia caccia al tesoro.
Io faccio parte di quest'ultima categoria ed inseguendo il sogno dell'oggetto vintage che ogni volta spero di trovare, ho deciso di passare dall'altra parte del gioco e di trasformarmi in venditrice piuttosto che in acquirente.
E la cosa mi diverte a tal punto che trascorro la settimana setacciando con occhio indagatore le case dei miei parenti, girovagando tra le loro cose come un falchetto in punta e chiedendo: "posso venderla??".
Inutile dire che mia madre ha iniziato a nascondere servizi di piatti e soprammobili nel timore che io me ne appropri abusivamente e glieli venda a 1 euro.
"Mamma.... ti serve quella maglia? E quella padella? Bello quel vasetto!!"
"Non lo vorrai mica vendere?"
"Mah... se non lo usi...."
E' con rassegnazione ed impotenza che si volta verso mio padre e commenta in dialetto: "Lino, sta ateint cl'at cheva anca i mudant!! " (Lino sta attento che ti porta via anche le mutande).
Lino d'altro canto è piuttosto insensibile a questa mia nuova attività.
Basta che non venda il pennello col quale, da quando è in pensione, sta compulsivamente ridipingendo tutto quel vede, mi lascia fare.
Comunque io trovo quasi liberatorio alzarmi alle cinque.
Per la paura di riaddormentarmi, dopo aver rotto le palle a tutti con le 4 sveglie che punto a distanza di 5 minuti l'una dall'altra, parto alle prime luci dell'alba, prendo posizione ed allestisco la mia postazione tutta da sola.
Chiacchiero con persone simpatiche, passo una giornata in cui, per certi versi, non sono io.
Posso indossare pittoreschi cappelli, posso legarmi foulard intorno alla testa, posso infilarmi occhialoni anni '70.... perchè in questi mercatini la regola è: "più sembri vintage, più vendi" ed io adoro essere vintage.
Ma il vero problema del mercatino non è tanto montare cavalletti, assi ed appendiabiti Ikea che per un centimetro non entrano nel baule della macchina senza essere svitati ogni volta.
Il vero problema è che dopo essermi bevuta un thermos di the tra le sei e le otto, arrivo alle dieci con un irresistibile bisogno di fare pipì.
Niente di più normale sennonché, da sola, non mi posso allontanare dal banco.
Così, sono stata costretta ad inventarmi una soluzione.
Dopo aver osservato ed un pochino invidiato il sesso maschile, a cui basta abbassare la zip, estrarre l'organo e mollare una pisciatina contro una pianta, ho deciso di rinunciare alle buone maniere, di fare come loro, senza possibilmente dare sfoggio del mio culo ai passanti.
Mi sono munita di un apposito strumento che ho ribattezzato "il piscio".
Si tratta di uno speciale dispositivo in vendita sia monouso in carta idrorepellente, che riutilizzabile, in silicone.
Questo pappagallo femminile, ha più o meno la forma di un piccolo imbuto, dove la parte conca si appoggia alla vagina e dove, chiamiamolo così.... "il becco" ....fa le veci del pene dirigendo la pipì in qualsiasi posto basta che non siano i propri piedi.
Dopo diverse prove effettuate in solitudine nel mio bagno, ho constatato che la parte più difficile sta proprio nel guidare il becco in modo che il getto di pipì centri il buco.
Ho finalmente capito dove molti uomini impieghino le loro forze.
Mi chiedo come faccia Amò a non lasciare gocce su copritazza, piastrelle e pedane. Evidentemente servirà una certa maestria anche nel fare quello,motivo per il quale lui, da quando ho acquistato "il piscio", gode della mia piena ammirazione.
In ogni caso credo che per ogni donna valga la pena trovare un buchetto tra mascara e rossetto anche per "il piscio", perchè evita devastanti contorsioni su water zozzi e maleodoranti.
Evita di ricoprire di carta igienica tutta la circonferenza del water, evita uno sforzo eccessivo alle coscie nel tentativo di restare piegate a metà, evita di slogarsi una caviglia nel caso in cui si provi a fare pipì salendo direttamente col tacco 12 sul water.
Il problema è che, mentre tu sei così felice di poter finalmente espletare i tuoi bisogni, orgogliosamente, in piedi e leggermente incurvata all'indietro (sempre per non inzupparti le scarpe) chi ti osserva da dietro sta sicuramente pensando che tu sia un transessuale.
Pensano che tu, donna, nasconda qualcosa tra le gambe.
Iniziano a scrutarti con occhio investigatore. Ti fissano proprio lì, in mezzo alle braghe per vedere se c'è un rigonfiamento che in te, donna, non dovrebbe esserci.
Successivamente controllano la misura dei tuoi piedi ed il tuo pomo d'Adamo, ti dicono qualcosa, qualsiasi cosa, solo per ascoltare se la tua voce è a posto.
Nel migliore dei casi ti offrono 50 euro.
Ecco perché consiglio di acquistare "il piscio" indipendentemente dai mercatini.
Si aprono nuove possibilità.
Di fatto, dopo aver contrattato per 6 o 7 ore, reinscatolato l'invenduto, salutato i nuovi amici me ne torno a casa... E sono così stanca che quasi quasi mi viene voglia di riprovare a fare pipì in piedi per evitare di svestirmi e rivestirmi.
L'importante è che non mi veda mia figlia.
Non si sa mai che alla domanda "cosa fanno i tuoi genitori?" aggiunga:
"Mio papà canta e suona, mia mamma fa i mercatini e la pipì in piedi!"
Ma roba da matti!!
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