giovedì 24 aprile 2014

Racconto semiserio di un viaggio in Marocco - parte 1 (della partenza e dei matti)

Con sforzi difficilmente ripetibili Amò è riuscito a trovare il parking per Malpensa al prezzo più basso possibile. Un prezzo così irrisorio per nove giorni di sosta al coperto, per il quale dubito che al nostro rientro ritroveremo ancora l'auto o che, al massimo, la riprenderemo intatta!!
 I miei sospetti si rafforzano quando tra decine e decine di frecce, l'unico parcheggio di cui non c'è segno di esistenza, è proprio il nostro.
Fortunatamente, dopo un lento girovagare tra i dintorni dell'aeroporto, là, seminascosto, ultimo in fondo, un capannone solitario smentisce tutti i miei dubbi.
Il parking c'è sul serio!
Veniamo caricati su un furgoncino sgangherato con un fantastico specchietto retrovisore rosa shokking ricavato da uno di quegli specchi che usa mia nonna, debitamente incollato alla portiera con ripetuti giri di nastro da pacchi.
Sbrigate le formalità aeroportuali, mi faccio il segno della croce e salgo sull'aereo con la stessa verve con la quale mi accomoderei distintamente dentro ad una bara.
Esulto per il posto "lato finestrino" che mi è stato assegnato e mi preparo a pilotare mentalmente l'aereo fino a Barcellona.
Ho letto da qualche parte che se ognuno di noi consumasse qualcosa, tipo un panino od una bibita dal servizio bar delle compagnie aeree low cost, il Sig. Ryan Air o il Sig. Easy Jet potrebbero farci viaggiare senza pagare il biglietto.
Così, per scaramanzia, tanto per devolvere un po' di Euro alla sicurezza di voli futuri, mi becco una bottiglietta d'acqua che mi è costata tanto quanto il parcheggio di Amò.
"Avevo sete!! " mi giustifico con la gola secca, mentre lui mi guarda allibito.
Non parla, ma immagino mi stia dando della "polla".
Sbarchiamo a Barcellona dopo un'oretta abbondante di volo.
Vale la pena andare a  Barcellona solo per scendere in aeroporto.
Potresti andare in vacanza a Barcellona e girovagare una settimana dentro al Terminal Uno senza mai uscirne.
Bar, negozi, uno store del Barça che ti fa venire voglia di comprarti una muta da calciatore anche se del calcio non sai nulla, anche se non ricordi Byron Moreno e i mondiali del 2002.
E poi la gente parla con quella "R" arrotata tipica degli spagnoli e quella "s" così sexy che ti viene voglia di restarci per sempre lì, a vagare col tuo trolley e a spiluccare tapas e coca cola.
Noi purtroppo dobbiamo correre, niente maglia blaugrana e niente espadrillas. Dobbiamo salire di corsa su un altro aereo diretto a Tangeri.
Fanculo il Sig. Vueling, stavolta non bevo niente.
Mentre sono estasiata da quello che riconosco come lo stretto di Gibilterra decido di rilassarmi e godermi l'atterraggio.
Vi consiglio vivamente Amò come compagno di viaggio.
E' in grado di dormire dal decollo all'arrivo.
Se l'aereo traballa per più di 5 minuti, avrete la possibilità di vederlo aprire l'occhio sinistro, per poi richiuderlo ed addormentarsi più profondamente, cullato dal dondolio che, suppongo, riporti il suo io alla primissima infanzia.
Tranquilli però... in pieno attacco di panico potrete contare su una sbavellata
proprio sulla spalla, vi distrarrete per recuperare un kleenex e  cuore e respiro torneranno alla normalità!!
Toccata terra, compiliamo i ticket per i visti di ingresso in Marocco e ci mettiamo in fila per il controllo passaporti.
Inizi a capire che qui non ci vuole fretta.
Mentre la nostra borsa passa e ripassa sul nastro trasportatore al di là della vetrata noi avanziamo lentamente fino a quando, verso il 25° giro, riusciamo a riappropriarcene+o e a dare finalmente inizio alla vacanza!
All'uscita c'è Zaid, un ragazzo contatto via web che ci saluta, ci fa accomodare in auto e via.... via da Tangeri verso Tetouan.
La Lonely Planet ne parla come una piccola perla.
Un villaggio tutto bianco abbarbicato sulla montagna, patrimonio dell'Unesco.
Il primo impatto che ho avuto io, appena scesa dall'auto, è stata di una gran confusione.
Gente, mercati, bancarelle di frutta, profumo di arance, di spezie, di pollo, di gatto, di caldo e ancora di gente. Gente col capo coperto da fazzoletti colorati, da cappelli di paglia, da coppoline bianche. Teste abbronzate che avanzano verso di me. Occhi che guardano. Guardano i miei capelli, guardano come sono vestita, guardano lo zaino, guardano il mio sorriso. A volte ricambiano ma spesso no. E tutti camminano. Avanzano. Parlano. Suoni, rumori, grida. Nessuna musica. Di canzoni intendo.
Mi sento leggermente intimorita.
Devo fare amicizia con un mondo che non conosco ancora e mi ci vuole tempo. Decido di fumare una sigaretta in un angolo, fuori dalla folla, da sola.
Devo guardare. Devo essere io a guardare e non io ad essere guardata.
E' che sono stata buttata di colpo dall'aereo così statico, ordinato, allacciato, alla realtà troppo in fretta.
Fumo la mia sigaretta di fianco al pattume.
Amò interrompe i miei pensieri.
"Ma proprio lì devi metterti? Di fianco al matto?"
Sì. Sono di fianco al matto del parcheggio che impreca verso il cielo, gira in tondo e parla col suo amico immaginario.
Ferma qualcuno e ricomincia ad imprecare.
Ce ne sono ovunque di personaggi così. Forse ne esiste uno in ogni parcheggio del mondo. Semplicemente io non dovrei essere dove è lui. Ecco tutto.
Compriamo una banana, beviamo qualcosa in un bar.
Sono l'unica donna seduta in un bar a Tetouan. Mi sento a disagio.
Mi sento a disagio anche perchè sembra che la mia figura attiri tutti i matti del paese.
Il secondo matto del paese si siede di fronte a me.
Mi guarda e ride.
Come mi alzo si siede al mio posto ed arraffa il mio bicchiere di Fanta. Beve.
"ne vuoi?" chiedo in francese.
Fa segno di sì con la testa.
Gli verso un bicchiere di Fanta da quel che resta dalla mia bottiglietta e mi allontano.
"tutti te.... vero??" mi dice Amò spazientito.
Cosa posso farci....
Voglio solo fermarmi un attimo.
Dopo un'altra ora di auto con il buon Zaid arriviamo a Chefchaouen.
Chefchaouen è una piccola perla d'Africa.
E' anche il posto dove tutti ti offrono da fumare ma questo non conta.
Basta dire di no se non sei interessato o dire di sì se hai voglia di sfiondarti di canne.
Ognuno faccia come desidera.
E' comunque un paesino di circa 50.000 abitanti tutto blu.
Ogni casa, ogni bidone, ogni secchio, ogni sacco è tinto di una nuance bluette che regala al posto un nonsochè di magico.
Pare che il vero motivo sia che questo tipo di colore allontani gli insetti.
Sorge il dubbio che ci sia anche il bisogno di attirare i turisti.
Resta il fatto che raramente un posto mi ha affascinato così.
La medina (città vecchia) è piccola e facilmente percorribile tra vicoletti, fontane, piccoli negozietti di artigiani, hammam pubblici e mini market.
Il vociare di donne e bambini non ti abbandona mai.
Personalmente potrei restare qui per sempre.
La piazzetta è a ridosso della kasba, col suo cortile interno curato ed ordinato, le sue piante di arance e di lavanda profumata.
Un albero addobbato con le lucine di natale bianche sta proprio al centro della piazzetta. Sono stanca ma felice. Ceniamo sulla terrazza di un ristorantino che si chiama "Aladin, la lampe magique", niente di più azzeccato. Assaggiamo il nostro primo cous cous e dopo una passeggiata crolliamo a letto nel piccolo riad color del cielo.
Marhaba Marocco.
Benvenuto Marocco.
.... to be continued